giovedì 8 ottobre 2026

La sfida dell’adattamento climatico nei centri urbani

C’è un problema enorme che tutti fanno finta di non vedere o dimenticano, fino a quando, inesorabile e puntuale, si ripresenta: gli eventi meteorici estremi sempre più frequenti e l’impatto che hanno su città e centri “impreparati”.
Torniamo a casa dopo il lavoro e bastano venti minuti di pioggia intensa per trasformare le strade in fiumi e i sottopassi in trappole. Nel linguaggio comune ci siamo ormai abituati a chiamare questi fenomeni "bombe d’acqua", anche se dal punto di vista scientifico parliamo di eventi meteorici estremi e improvvisi, resi sempre più frequenti dalla crisi climatica in atto. Tuttavia, l’intensità delle precipitazioni rappresenta soltanto una metà del problema. L'altra metà, spesso sottovalutata, risiede nella struttura stessa delle nostre città . 

Le aree urbane contemporanee soffrono infatti di un male cronico noto come consumo di suolo e impermeabilizzazione. Decenni di cementificazione e bitumazione aggressiva hanno progressivamente eliminato la capacità naturale del terreno di assorbire l'acqua, sostituendola con superfici completamente sigillate. A questa trasformazione si aggiunge la fragilità delle infrastrutture sotterranee. Le reti di drenaggio e i canali di scolo sono stati progettati decenni fa basandosi su dati pluviometrici ormai superati e non riescono più a smaltire volumi d'acqua così elevati in tempi ridotti. Inoltre, la presenza diffusa di reti miste (bianca e nera) fa sì che le acque di pioggia finiscano nella stessa rete delle acque reflue, mandando in cortocircuito le reti stesse, le stazioni di pompaggio ed i depuratori e provocando danni e conseguenze anche sull’ambiente. Il quadro è ulteriormente aggravato dalla scarsa manutenzione ordinaria, dove la presenza di foglie, fango e detriti accumulati nelle caditoie riduce in modo drastico la capacità di ricezione delle condotte. In questo scenario, parlare di resilienza urbana significa superare il concetto di resistenza passiva e costruire un ecosistema capace di adattarsi, assorbire l'impatto degli eventi estremi e riorganizzarsi rapidamente. 

I Comuni non possono fermare le piogge, ma hanno la possibilità e il dovere di ripensare la gestione del territorio. Per farlo è necessario abbandonare l'idea dell'acqua meteorica come un semplice rifiuto da allontanare il più in fretta possibile, trattandola invece come una risorsa da gestire direttamente sul posto. Una delle strade principali è l'adozione dei Sistemi di Drenaggio Urbano Sostenibile, noti anche come SUDS. Attraverso l'installazione di pavimentazioni drenanti per piazze e parcheggi, la creazione di giardini di pioggia e di trincee vegetate, le città possono trattenere temporaneamente l'acqua e favorirne il graduale filtraggio nel sottosuolo. L'integrazione di vasche di volano e bacini di laminazione permette poi di accumulare l'eccedenza idrica nei momenti critici per poi rilasciarla lentamente, riducendo in modo significativo il picco di portata che mette in crisi i fiumi e le fognature. E spesso i nostri centri abitati sono attraversati dalle fiumare che potrebbero diventare delle ottime alleate, se correttamente manutenute, per favorire il rapido deflusso delle acque meteoriche.

Parallelamente, le amministrazioni locali dovrebbero promuovere interventi di de-paving, ovvero la progressiva rimozione dell'asfalto e del cemento da aree sia pubbliche che private, restituendo al terreno la sua naturale permeabilità e contrastando contemporaneamente il fenomeno dell'isola di calore urbana. 
Sul piano normativo diventa fondamentale applicare Piani di Invarianza Idraulica e Idrologica, imponendo a qualsiasi nuova edificazione o riqualificazione di non incrementare la quantità d'acqua immessa nella rete pubblica rispetto alle condizioni di partenza. 

Accanto alle opere strutturali, la tecnologia offre oggi strumenti preziosi per la manutenzione. L'uso di sensori intelligenti applicati alla rete idrica consente di monitorare costantemente lo stato delle condotte e delle griglie, passando da un approccio d'emergenza a una vera e propria manutenzione predittiva in grado di risolvere i colli di bottiglia prima che arrivino le precipitazioni. Infine, un contributo determinante arriva dalle infrastrutture verdi, come i tetti e le pareti vegetate sui fabbricati pubblici e privati, capaci di trattenere una percentuale consistente di pioggia prima ancora che tocchi il suolo stradale. 

Adattarsi ai cambiamenti climatici richiede una visione politica di lungo periodo e la capacità di superare la cultura della gestione dell'emergenza. Trasformare i nostri centri urbani da distese d'asfalto impermeabili a vere e proprie "città spugna" non è un lusso ecologico, ma un investimento indispensabile per la sicurezza e la qualità della vita di tutti i cittadini.

giovedì 20 agosto 2026

I nuovi criteri per i Comuni montani accentuano il divario tra i territori

𝐒𝐞 𝐥𝐚 𝐩𝐞𝐧𝐝𝐞𝐧𝐳𝐚 𝐝𝐞𝐥 𝐭𝐞𝐫𝐫𝐞𝐧𝐨 𝐯𝐚𝐥𝐞 𝐩𝐢𝐮̀ 𝐝𝐞𝐥𝐥𝐞 𝐩𝐞𝐫𝐬𝐨𝐧𝐞

La recente rimodulazione dei criteri geomorfologici per la classificazione dei Comuni montani (D.P.C.M. 11/05/2026, n. 121) rappresenta l'ennesima dimostrazione di una visione tecnocratica e strabica dello sviluppo territoriale. 

In un Paese dove la polverizzazione demografica, la chiusura dei presìdi sanitari, il dimensionamento scolastico con la complicità di una rete infrastrutturale e viaria estremamente insufficiente, stanno desertificando la dorsale appenninica e le aree interne del Mezzogiorno, la risposta delle istituzioni si limita a far quadrare i conti con la geografia e la geomorfologia.

Ridurre la "montanità" e la “marginalità” ad una mera questione di quota, pendenza media e superficie sopra i 600 metri significa deliberatamente ignorare cosa sia oggi la vita nei piccoli Comuni e nelle aree svantaggiate.

Un Comune fragile non smette di essere isolato, privo di servizi essenziali e vulnerabile al dissesto idrogeologico solo perché i suoi confini amministrativi comprendono tratti di pianura o quote medie inferiori a parametri matematici calcolati a tavolino.  

L'esito di questo ricalcolo restituisce una fotografia impietosa del divario Nord-Sud e della trazione nordista del Governo. Mentre le regioni alpine come Piemonte e Lombardia incrementano la propria quota di enti tutelati, intere fasce dell'Italia meridionale e insulare si vedono private dello status ufficiale e, di conseguenza, dell'accesso prioritario alle risorse del FOSMIT e ai servizi di prossimità. 

Non si tratta di una "lotta fratricida" spontanea tra territori, ma del risultato di scelte legislative (in primis la legge quadro 131/2025) che premiano le aree strutturalmente già più fortificate e infrastrutturate, abbandonando il Mezzogiorno a una ancor più marcata marginalità.  

Privare il Sud delle leve di contrasto allo spopolamento equivale a condannarlo a un'involuzione programmata ed irreversibile. 

L’esatto contrario di ciò che si dovrebbe fare e di ciò che i nostri politici ed amministratori dovrebbero pretendere.

Se il parametro è solo la pendenza del terreno e non la “tendenza” dello spopolamento, la politica rinuncia alla sua funzione primaria: garantire pari dignità e diritti di cittadinanza a tutti.


𝐂𝐨𝐦𝐮𝐧𝐢 𝐞𝐬𝐜𝐥𝐮𝐬𝐢 𝐝𝐚𝐥𝐥𝐚 𝐧𝐮𝐨𝐯𝐚 𝐜𝐥𝐚𝐬𝐬𝐢𝐟𝐢𝐜𝐚𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞  

https://www.ciacalabria.it/wp-content/uploads/2026/07/allegato-comuni-montani-2.pdf

In Calabria, pur a fronte di un riassetto che ha visto l'inclusione paradossale di grandi centri urbani capoluogo (tra cui Reggio Calabria e Cosenza) grazie all'estensione dei parametri di superficie e altitudine media, la rigidità dei nuovi criteri geomorfologici ha determinato l'uscita dall'elenco nazionale per diversi enti storicamente legati alle dinamiche delle aree interne, collinari e costiere svantaggiate.

Questi Comuni vedranno ulteriormente compromessa la loro capacità di programmare opere pubbliche, servizi sociali, infrastrutture e politiche di sviluppo, ma anche misure fiscali dedicate e priorità sulla programmazione regionale.

Tra i principali Comuni non inclusi nella nuova mappa del DPCM rientrano centri della fascia costiera come Villa San Giovanni, Gioia Tauro, Siderno o di bassa collina come Rosarno.


𝐌𝐞𝐥𝐢𝐭𝐨 𝐝𝐢 𝐏𝐨𝐫𝐭𝐨 𝐒𝐚𝐥𝐯𝐨, 𝐞𝐬𝐜𝐥𝐮𝐬𝐚 𝐦𝐚 𝐩𝐨𝐭𝐫𝐞𝐛𝐛𝐞 𝐫𝐢𝐞𝐧𝐭𝐫𝐚𝐫𝐞

Tra gli esclusi rientra, al momento, anche Melito di Porto Salvo, che già escluso, improvvidamente, a mio modo di vedere, dalla Strategia Nazionale per le Aree Interne, perde ora anche questo status per via dei nuovi parametri di legge.

Ma poichè l’art. 2 comma 2 del DPCM stabilisce che “𝑠𝑜𝑛𝑜 𝑎𝑙𝑡𝑟𝑒𝑠𝑖̀ 𝑐𝑜𝑛𝑠𝑖𝑑𝑒𝑟𝑎𝑡𝑖 𝑐𝑜𝑚𝑒 𝑚𝑜𝑛𝑡𝑎𝑛𝑖 𝑖 𝐶𝑜𝑚𝑢𝑛𝑖 𝑐ℎ𝑒 𝑐𝑜𝑛𝑓𝑖𝑛𝑎𝑛𝑜 𝑒𝑠𝑐𝑙𝑢𝑠𝑖𝑣𝑎𝑚𝑒𝑛𝑡𝑒 𝑐𝑜𝑛 𝑢𝑛𝑜 𝑜 𝑝𝑖𝑢̀ 𝐶𝑜𝑚𝑢𝑛𝑖 𝑐ℎ𝑒 𝑠𝑜𝑑𝑑𝑖𝑠𝑓𝑎𝑛𝑜 𝑎𝑙𝑚𝑒𝑛𝑜 𝑢𝑛𝑜 𝑑𝑒𝑖 𝑐𝑟𝑖𝑡𝑒𝑟𝑖 𝑑𝑖 𝑐𝑢𝑖 𝑎𝑙 𝑐𝑜𝑚𝑚𝑎 1…𝑝𝑢𝑟𝑐ℎ𝑒̀ 𝑙’𝑎𝑙𝑡𝑖𝑡𝑢𝑑𝑖𝑛𝑒 𝑚𝑒𝑑𝑖𝑎 𝑑𝑒𝑙𝑙𝑎 𝑠𝑢𝑝𝑒𝑟𝑓𝑖𝑐𝑖𝑒 𝑑𝑒𝑙 𝑡𝑒𝑟𝑟𝑖𝑡𝑜𝑟𝑖𝑜 𝑐𝑜𝑚𝑢𝑛𝑎𝑙𝑒 𝑠𝑖𝑎 𝑝𝑎𝑟𝑖 𝑜 𝑠𝑢𝑝𝑒𝑟𝑖𝑜𝑟𝑒 𝑎 200 𝑚𝑒𝑡𝑟𝑖 𝑠.𝑙.𝑚.”, ci sono i margini per far rientrare Melito di Porto Salvo nella nuova classificazione.

Facendo una rapida ricerca (fonte istat e rapporti governativi) si evince che l’altitudine media ponderata sul profilo topografico dell’intero territorio comunale di Melito di Porto Salvo è pari a circa 282 m.s.l.m.

Sarà compito dell’Amministrazione Comunale verificare la sussistenza di questa ipotesi e mettere in atto quindi tutte le azioni necessarie a ripristinare lo status di Comune parzialmente montano, annullando tutti gli svantaggi che l’esclusione comporta.

mercoledì 22 luglio 2026

Oltre l'urlo: perché il dibattito pubblico ha di nuovo bisogno della "tolleranza"

Viviamo in un'epoca in cui il linguaggio politico e sociale si è trasformato in un campo da battaglia. L'insulto ha sostituito la tesi, il sarcasmo livoroso ha preso il posto dell'argomentazione e la polarizzazione spinge a considerare chi la pensa diversamente non come un interlocutore, ma come un "nemico da annientare".

Questa violenza verbale non è mai innocua: è il terreno fertile su cui germoglia la violenza fisica e l'insofferenza civile. Quando le parole perdono il loro peso di rispetto, la convivenza democratica si incrina.


Un'eco da due secoli e mezzo fa

Non è la prima volta che l'umanità si ritrova accecata dal fanatismo. Nel 1763, esattamente due secoli e mezzo fa, Voltaire dava alle stampe il suo capolavoro: il "Trattato sulla tolleranza".

Nato dall'indignazione per l'ingiusta condanna a morte di Jean Calas, vittima del fanatismo religioso dell'epoca, il testo di Voltaire ci ricorda una verità elementare quanto dimenticata: la fragilità umana ci accomuna tutti, e l'intolleranza è la madre di tutte le barbarie.

"Non siamo tutti figli dello stesso Dio e creature dello stesso universo? Fa' che le piccole differenze tra le nostre opinioni non siano segnali di odio e di persecuzione."


Un libro da portare (subito) nelle scuole

Oggi il "Trattato sulla tolleranza" non deve rimanere un reperto storico da biblioteca, ma diventare un manuale di sopravvivenza civile. Introdurne la lettura obbligatoria negli istituti superiori sarebbe un atto educativo rivoluzionario per tre motivi fondamentali:

  • Insegna l'ecologia del linguaggio: Fa capire che l'odio verbale è il primo passo verso la violenza reale.
  • Educa al dissenso costruttivo: Mostra come si possa combattere un'idea con la ragione senza mai demonizzare la persona che la sostiene.
  • Definisce la vera tolleranza: Che non è debolezza o indifferenza, ma la scelta consapevole e coraggiosa di garantire la libertà d'espressione altrui, anche quando non la si condivide.

Finché continueremo a premiare chi urla più forte invece di chi ragiona più a fondo, la politica rimarrà una gabbia di tifoserie sorde. Ripartire dai banchi di scuola con la lezione di Voltaire è il primo passo per disarmare le parole e restituire dignità al dibattito pubblico.