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sabato 19 dicembre 2009

Ponte, la mia contrarietà motivata

Mi definisco ambientalista. Certamente non un estremista che dice NO a tutto pregiudizialmente tipo coloro i quali sostengono che non va bene l’eolico perché le pale disturbano la migrazione degli uccelli, oppure che un’architettura ardita stona con il contesto ambientale in cui è inserita, ma comunque un ambientalista.
Parlare del Ponte sullo Stretto, come di qualsiasi altra cosa nell’Italia di oggi, divide i sostenitori del SI e quello del NO, ma né i primi né i secondi, riescono a porsi all’esterno di questo “ring” e riflettere razionalmente prima di prendere una posizione.
Tenterò, in questo mio breve scritto, di esprimere, senza lasciare nulla al caso o al pregiudizio, la mia personale idea circa questa grande opera, sperando che contribuisca alla costruzione di una visione poggiata più su numeri, dati e valutazioni reali che sull’aderenza alle idee di chi il Ponte lo propone o di chi lo rigetta.
Sembra ormai imminente l’avvio dei lavori propedeutici alla costruzione del Ponte, anche se in realtà non un esproprio è stato ancora effettuato né si intraveda all’orizzonte il progetto definitivo ed esecutivo.
Tante sono le domande rimaste ancora inevase, i dubbi pesanti, le perplessità di chi, da tecnico, da amministratore, da rappresentante di un’associazione, da semplice cittadino, guarda lo Stretto tra Cannitello e Ganzirri ed immagina lo scenario futuro.
Viene affermato che il Ponte è una grande sfida tecnologica che darà un impulso all’industria ed all’economia italiana con un ritorno di immagine che trascinerebbe anche altri settori produttivi.
Io credo che dal punto di vista tecnologico il Ponte non rappresenti nessuna grande sfida poiché di ponti sospesi a campata unica nel Mondo ce ne sono da almeno ¾ di secolo e dunque si tratterebbe di ampliare quantitativamente tecnologie già abbondantemente conosciute.
Ci viene detto che il Ponte è una grande opera strategica di livello europeo per completare il corridoio Berlino-Palermo e che serve per diminuire i tempi di percorrenza per le merci ed i passeggeri.
E allora perché l’Europa non mette un solo euro nella sua realizzazione il cui costo sembra aggirarsi intorno alla cifra iniziale di 6 Miliardi di Euro? I soldini ce li mettiamo noi, attraverso le quote statali delle FS che rischiano di accollarsi gran parte dell’onere finanziario per la costruzione del Ponte.
Per quanto riguarda merci e passeggeri ritengo che l’intermodalità che caratterizza oggi il sistema dei trasporti euro-mediterraneo non giustifichi la costruzione del Ponte. Un breve esempio. I famosi pomodorini di Pachino, richiestissimi nei mercati mitteleuropei, partono su un Tir da Pachino (Ragusa) ed impiegano circa tre ore per raggiungere Messina, poi circa un’ora per traghettare e poi circa 18-20 ore per risalire lo stivale e raggiungere la frontiera. Un altro Tir parte da Pachino ed in tre ore raggiunge Palermo. S’imbarca e dopo 18 ore arriva al porto di Genova. Risultato? I due Tir arriveranno quasi contemporaneamente con la differenza che il primo sarà costato di più alla sua compagnia ed avrà rischiato di più rispetto a quello che ha scelto l’autostrada del mare. Ma c’è di più. Per restare all’esempio dei pomodorini di Pachino, i produttori, al fine di far giungere questa specialità celermente sui mercati del nord Italia e d’Europa, utilizzano il vettore aereo ormai da tempo, tanto che sta prendendo corpo l’ipotesi di riutilizzare a tale scopo l’ex base Nato di Comiso.
Per quanto riguarda poi i passeggeri, dalle stime di Ferrovie s.p.a., sono in diminuzione da anni poiché per i lunghi spostamenti i passeggeri scelgono sempre più l’aereo, anche grazie alle campagne low-cost degli operatori che lavorano sugli aeroporti siciliani. Che il transito di merci e passeggeri nello Stretto sia in netto calo lo dimostra il fatto che la compagnia dei Traghetti, la Caronte s.p.a. continua a ritoccare al rialzo il prezzo dei biglietti.
Posto che tra Calabria e Sicilia esiste un pendolarismo nella misura di circa 15000 persone al giorno e solo tra Reggio e Messina (che peraltro non avrebbero nessun giovamento dalla presenza del Ponte) la questione del collegamento della Sicilia con la terra ferma per i passeggeri e gli scambi commerciali, oggettivamente, non giustifica la costruzione del Ponte.
Due regioni dotate di un estesissimo sistema costiero che disattendono la facile vocazione dello scambio interportuale per privilegiare la strozzatura dello Stretto scelgono un’organizzazione della mobilità umana e commerciale decisamente superata.
Esclusa dunque la reale necessità di costruire il Ponte bisognerà concludere che gli sconvolgimenti fisici e strutturali connessi alla realizzazione dello stesso e delle opere ad esso collegate, sono inutili quanto dannosi ad un territorio già fortemente a rischio.
Si pensi ad esempio alle opere ferroviarie. Attualmente i binari lungo la Costa Viola corrono ad una quota di non più 5 metri sul livello del mare. Per adeguarli all’altezza della campata sulla quale dovranno correre si dovrà iniziare ad “innalzarli” da Rosarno, 60 km, con pendenza massima dello 0,1%. Immaginate da soli cosa significa e per aiutarvi riportate la mente agli attuali cantieri della A3. Sul lato siciliano si ripropone lo stesso problema, se non peggio. Ganzirri infatti è una lingua palustre e pianeggiante, perciò i binari, una volta superata la campata, dovranno ridiscendere “sospesi” per altri 60 km per ricongiungersi con la tratta Messina-Palermo all’altezza di Barcellona Pozzo di Gotto.
Anche per gli ancoraggi dei tiranti esiste più di qualche dubbio. Se sul versante calabrese il rischio maggiore è dato dalla estrema friabilità dei terreni, sul versante siciliano il gigantesco blocco di cemento nel quale affonderanno i cavi che sosterranno il Ponte poggerà sulla sabbia. Infatti Capo Peloro presenta strati sabbiosi e non rocciosi nel sottosuolo.
Ed il miraggio occupazionale? Certo, l’apertura dei cantieri, il movimento terra, il prelievo di inerti dalle cave, ruspe e camion in movimento, nell’immaginario collettivo, in questo particolare in questo particolare territorio, suscita speranze ed induce ad aggrapparsi a questa scialuppa. Ma facendo un confronto tra gli attuali 2500 circa occupati nell’area dello Stretto che lavorano nei vari servizi di traghettamento ed i lavoratori che saranno impiegati a fine lavori, il saldo potrebbe risultare negativo.
Così, tra acclarate, pesanti dubbi tecnico-operativi, e priorità inconfutabili dei territori in questione, il Ponte sullo Stretto svela la sua natura reale, l’intima essenza della visione immaginifica di chi lo propone e lo presenta al Mondo. Un alibi. Si, solo un alibi dietro il quale si tengono soggiogati tutti, sulla scorta del quale si acquista la devozione di una classe dirigente, si divide irrimediabilmente l’opinione pubblica, si evita di trattare e cercare di risolvere definitivamente gli atavici problemi di questo territorio.
Questo è il mio pensiero. La mia contrarietà ampiamente documentata vuol essere un richiamo ad una più attenta lettura della scala delle priorità per questo territorio. Reggio è divenuta Città Metropolitana per legge, ma deve dimostrare di meritarsi questo titolo. Messina lo era già per legge regionale. Al fine di costruire una grande Area Metropolitana baricentrica nel Mediterraneo, unica occasione di vera crescita economica e sociale, va fissata una scala di priorità. Lo sviluppo delle economie locali e l’innervamento infrastrutturale di base, unito alla sistemazione idrogeologica e ad una più generale cura dell’ambiente naturale e costruito, sono in cima a questa scala.
Liberiamoci dalla suggestione di un’idea superata e stantia come quella del Ponte e lavoriamo per l’attuazione di queste priorità. L’Area dello Stretto ed i suoi cittadini ne trarranno di sicuro un grande giovamento.

mercoledì 8 ottobre 2008

L'Europarlamento contro il carbone

Dopo il diniego da parte della Regione Calabria, formalizzato con la Delibera di Giunta di lunedì scorso, arriva un’altra pesante “mazzata” per la S.E.I., stavolta da Strasburgo.

E BARROSO "BACCHETTA" L'ITALIA

La commissione Ambiente dell'Europarlamento ha approvato con 44 voti contro 20 (e 1 astenuto) la parte più importante e controversa del pacchetto dell'Unione Europea su clima ed energia, riguardante la nuova 'borsa delle emissioni' di gas serra (Ets) per il periodo 2013-2020. L’Unione Europea si mantiene, al momento, coerente e con il proprio voto conferma l'obiettivo di riduzione delle emissioni di gas serra del 20% entro il 2020, che passerebbe automaticamente al 30% in caso di accordo internazionale alla conferenza di Copenaghen del dicembre 2009 sul periodo post-Kyoto.

Un’altra buona notizia per noi, un’altra brutta notizia per la SEI che, a distanza di poche ore, ne incassa un NO ancora più duro dall’Unione Europea. (fonte strill.it)

Si tratta, forse, del colpo di grazia al progetto: con il voto di ieri, infatti, dal 2015 sarà proibito costruire centrali termoelettriche che emettano più di 500 grammi di Co2 per kilowatt ora generato. E’ vero che la conclusione del progetto iniziale della centrale a carbone di Saline Joniche sarebbe fissata per il 2012, ma è anche vero che il tempo, nel suo incedere inesorabile, non gioca a favore della società svizzera.

E la disposizione della Commissione Ambiente dell’Europarlamento mette al bando, di fatto, le centrali a carbone, a meno che non siano dotate della tecnologia Ccs (carbon capture and storage), ovvero un dispositivo di "cattura" delle emissioni e il loro stoccaggio in un deposito geologico. La tecnologia Ccs è un tipo di evoluzione ancora in fase embrionale (sperimentato, attualmente, solo in Germania), sul quale, però, con un voto separato su un altra sezione del pacchetto clima-energia, gli eurodeputati della commissione Ambiente hanno destinato il ricavato derivante dalla messa all'asta dei permessi relativi a 500 milioni di tonnellate di Co2 (pari a circa 10 miliardi di euro agli attuali prezzi di mercato).

La prossima tappa è fissata per dopodomani, 10 ottobre, quando si riunirà il Consiglio europeo dell’energia, ma il cerchio, per quanto riguarda la centrale a carbone di Saline Joniche, potrebbe essersi chiuso definitivamente.

venerdì 3 ottobre 2008

Lunedì la Regione chiude la partita? Sembra di si

di Damiana Benavoli - L’ultimo sigillo sulla vicenda della centrale a carbone nell’area dell’ex Liquichimica di Saline Joniche potrebbe arrivare già il prossimo lunedì.

A chiudere il cerchio, sospendendo di fatto le procedure messesi in moto presso il Ministero per lo sviluppo economico e in sede di conferenza dei servizi, una delibera di Giunta che attesti, nero su bianco, il dissenso del governo regionale sulla costruzione della mega opera da parte della Sei spa. L’atto deliberativo, così come emerso a margine della conferenza dei servizi dello scorso 10 settembre, risulta vincolante, ai fini dell’intesa per la realizzazione della centrale. Stando così le cose, il “no” della Giunta Loiero chiuderebbe davvero la partita.

Raggiunto telefonicamente, l’assessore alle attività produttive Francesco Sulla ha assicurato che “salvo rinvii, già dalla riunione di giunta di lunedì si provvederà ad adottare il provvedimento che nega l’intesa, formalizzando, così, ciò che da sempre questo governo regionale ha manifestato in merito”.

Nell’attesa di conoscere gli sviluppi che potrebbero arrivare da palazzo Alemanni, un'altra delibera di giunta, la 219 del marzo 2008, aveva già messo nero su bianco la volontà, sempre da parte della Regione Calabria, di procedere ad una bonifica e riconversione industriale del sito di Saline Joniche. Nella sostanza, la delibera 219, ai sensi dell’art. 252 del Decreto legislativo 152/2006, muove dalla necessità di “individuare i siti di preminente interesse pubblico per la loro riconversione industriale: tra gli altri, si individuò anche la zona di Saline Joniche quale sito da proporre al Ministero dello sviluppo Economico per il finanziamento del CIPE nell’ambito del programma straordinario Nazionale per il recupero economico e produttivo dei siti industriali inquinati con uno stanziamenti di 2.149,269 milioni di euro complessivi per il Mezzogiorno.

A margine della delibera venne anche indicato un valore presuntivo di bonifica e relativa riconversione produttiva pari a 50 milioni di euro. Tutto questo mentre la SEI, la società interessata alla costruzione della centrale a carbone di oltre 1200 mw, aveva già provveduto, pare, all’acquisto di ben 320.000 mq dell’area in questione. Quasi la metà dell’intera superficie su cui, al momento, permangono ancora i segni di uno sviluppo forzato e mai concretizzatosi per via di investimenti rivelatisi fallimentari. Già nel 2007 la società che discende dalla Ratia Energia A.G., società con sede in Svizzera, stando solo e soltanto alle notizie apprese sugli organi di stampa, avvia tutte le procedure per la transazione di vendita dell’area che solo qualche anno prima, nel marzo 2004, si vide apposti i sigilli di sequestro preventivo da parte dei carabinieri del Noe per via dell’accertata presenza di amianto peraltro in evidente stato di friabilità. Appare controverso, a questo punto, capire il motivo per cui la Regione, su un territorio già acquisito per altri fini già nel 2007 non si sa a quale prezzo, abbia, l’anno successivo, deciso di bonificare il territorio ricedente nel comune di Saline. Ciononostante, il governo regionale, sin dal 2001 ha sempre espresso la volontà di “blindare” il sito dell’ex Liquichimica: la legge regionale 7/2001 ad esempio ha dichiarato l’area del Pantano di Saline “oasi di protezione della fauna selvatica e della flora tipica delle acque salmastre” stanziando 150 milioni delle vecchie lire per la realizzazione dei primi interventi di bonifica. Nel 2005, poi, la Giunta Chiaravalloti con la delibera 315 del consiglio regionale, approva il nuovo PEAR (Piano energetico regionale) in cui si fa divieto di utilizzare il carbone quale fonte energetica alternativa, stabilendo, altresì, che “la Regione Calabria non fornirà alcun intesa, in sede di conferenza dei servizi, per la realizzazione di centrali termoelettriche sul territorio regionale. Ciò, spiegano dal dipartimento “Ambiente”, perché la Regione Calabria presenta un saldo energetico positivo con un surplus di 2.035 GWh/anno: 8.600 GWh/anno di energia prodotta contro i 6.565 GWh/anno richiesti.

Ma il tassello più importante, probabilmente l’asso nella manica, unitamente al No deliberato dalla Giunta, è stato già depositato al Ministero competente durante la prima Conferenza dei servizi. Una relazione corposa, una sintesi delle proposte avanzate da Istituzioni locali, associazioni e cittadini che lo stesso presidente Loiero, in data 18 agosto, aveva provveduto a trasmettere ai ministeri dell’Ambiente e Sviluppo economico. Un progetto ambizioso quanto articolato che dovrebbe interessare tutta la fascia di territorio che va da Capo d’Armi e sino alla fiumara di Sant’Elia, incluso il borgo medioevale di Pentidattilo. L’ intervento, così come si evince dalla relazione, è previsto all’interno della Programmazione Regionale Unitaria 2007 – 2013 e si articola in una serie di strumenti organici per sostenere la realizzazione degli interventi necessari alla valorizzazione dell’Area ex – Liquichimica. Ambizioso anche l’obiettivo finale: far diventare il sito di Saline “un simbolo positivo, un grande attrattore culturale regionale per lo sviluppo del turismo sostenibile.

In una parola: un grande Parco della Sostenibilità.
Il presupposto: il blocco di tutte le iniziative in corso previste, incluso il Progetto della Centrale a Carbone. La relazione approntata dalla Regione Calabria lascia intravedere la possibilità di realizzare un Progetto Integrato per il recupero e la valorizzazione di un’area più ampia che va da Capo d’Armi alla Fiumara di Sant’Elia. Nel dettaglio, gli interventi in questione sarebbero orientati a creare un Parco della Sostenibilità con la realizzazione, proprio nel sito industriale di Saline, di una delle due centrali solari termodinamiche previste dal governo regionale. A fare parte integrante del Parco della Sostenibilità anche un Parco tematico del Bergamotto e del Gelsomino, con la previsione anche di un Museo tematico. Occhi puntati, poi, sul cosiddetto “Laghetto di Saline” che, stando ai documenti ufficiali del Ministero dell’Ambiente, rappresenta un’importante zona umida costiera per l’avifauna migratoria. E ancora, il progetto del Parco Marino “Laura C”, già proposto da Legambiente, e che intende fare della Laura C, la motonave affondata nel 1941, un’oasi naturalistica con la bonifica delle strutture del relitto. Ad integrazione, poi, di tale progetto anche quello che prevede la realizzazione dell’acquario e del museo di biologia marina, una sorta di Acquario del Sud sulla scorta dell’esperienza dell’Acquario di Genova. Infine il Polo di Innovazione Tecnologie per la Gestione delle Risorse Sostenibili Ambientali, così come previsto dal POR Calabria FESR 2007 – 2013, definito dalla relazione “l’elemento strategico del Parco della Sostenibilità”. A coronamento di ciò, il recupero e la riqualificazione a finalità turistiche del Porto di Saline destinato alla nautica da diporto o alle imbarcazioni da pesca presenti lungo la costa del basso Jonio reggino. Tutto, insomma, lascia intravedere enormi possibilità di sviluppo dell’area segnata, nel corso degli anni, da martorianti interventi di pseudo sviluppo.
Tutto, dai palazzi del governo regionale, lascia pensare, senza tema di smentita, che il progetto della Centrale non è coerente con i programmi della Regione. (fonte Strill.it)


lunedì 29 settembre 2008

Ma questa Delibera Regionale quando la facciamo?

La Regione Calabria si è determinata tenacemente in sede di Conferenza dei Servizi al Ministero dello Sviluppo Economico. L'Assessore Francesco Sulla ha battuto i pugni sul tavolo, sventolando il Piano Energetico Ambientale Regionale che fa divieto assoluto di utilizzare il Carbone per la produzione di energia elettrica sul territorio calabrese.

Ha presentato un dossier ed una documentazione impeccabile ed inattaccabile, tanto che il presidente della Conferenza ha sospeso i lavori perchè SEI era con le spalle al muro.

Poi ha chiesto all'assessore di ripresentare il tutto allegandolo ad una Delibera di Giunta Regionale per porre la parola fine alla vicenda della Centrale.

Da allora, era il 17 settembre, sono passati quindici giorni e la Giunta si è riunita più volte.
Come mai questa Delibera non è stata portata in Giunta?

Dobbiamo pressare affinchè venga approvata immediatamente perchè il ritiro di SEI potrebbe essere solo una mossa strategica, volta a diluire i tempi e far placare le acque.

Noi, come Coordinamento delle Associazioni, stiamo organizzando un'assemblea pubblica alla quale inviteremo la deputazione regionale, i consiglieri regionali e provinciali, i sindaci ed i consigli comunali dell'Area per chiedere a gran voce un programma di interventi fattibile che scongiuri il ripresentarsi di progetti simili a quello della Centrale.

Facciamo sentire il fiato sul collo alle Istituzioni!!!